Per la parte cattolica della nostra società il 2 novembre è il giorno della commemorazione dei fedeli defunti, memoria che segue a ruota la festa di ognissanti, restando in certo qual modo contagiata dalla gaiezza che tutti – cristiani o meno – associano ai giorni di festa. Dal punto di vista della religione cristiana, poi, la morte non rappresenta soltanto la fine della vita terrena, ma soprattutto l'inizio della vita eterna. A maggior ragione, pertanto, la commemorazione dei defunti, pur non essendo strictu sensu una festa, non è nemmeno giorno di mestizia e di doglianza.
Qual giorno migliore di questo, dunque, per celebrare tutti assieme, noi lettori più o meno lenti, la gloria sempiterna degli autori passati, e in particolar modo di quelli trapassati?
Anche in letteratura, infatti, la morte dell'autore non segna soltanto un termine, una fine definitiva, ma anche l'inizio di una stagione nuova per i testi che il defunto letterato ha consegnato alla posterità.
Per noi italiani, poi, il 2 novembre è anche l'anniversario (quest'anno il trentennale) della dipartita di un grande autore che non nomino, onde non mescolare questo mio scanzonato divagare con gli innumerevoli attestati di stima e di seria commemorazione che in questi giorni inondano la regione letteraria della blogosfera nazionale.
Alla luce di codeste fauste coincidenze, proclamo senz'altro il 2 novembre festa mondiale degli autori defunti, e lascio a te, lettore blogghico insanamente frettoloso, il piacere di unirti alla gioiosa ricorrenza leggendo con doverosa lentezza quanto segue.
Dato che nei giorni scorsi Splinder ha fatto le bizze ostacolando il lavoro del bravo se pur lento blogger, e dato che il suddetto blogger oltre che lento è pure pigro, oggi ti propino, o fugace lettore, una imprescindibile divagazione di qualche anno fa su una lettera del più grande scrittore italiano di tutti i tempi: Niccolò Machiavelli.
Machiavelli ha scritto «la più famosa lettera di tutta la letteratura italiana» (Ridolfi). Si tratta della lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513. Talmente famosa quella lettera, che riesce difficile pensare che ci sia ancora spazio per ricamarci su. Eppure...
Quella lettera è una responsiva a una missiva del Vettori del 23 novembre, in cui l'ambasciatore fiorentino presso la corte papale descrive la sua vita romana a Machiavelli, lasciando trasparire un certo spleen da ricco borghese annoiato dalla routine. Il Vettori, insomma, parla del suo ombelico, vezzo che lo accomuna a certi scrittori italiani contemporanei, secondo voci che circolano in ambienti bene informati. Questo parlare di sé fa parte di quella noia esistenziale di cui dicevo. Son talmente disgustato dalla banalità della vita di corte e dal basso livello delle persone che incontro quotidianamente, sembra dire il Vettori a Machiavelli, che non mi resta che parlarti un po' di me, argomento non eccitante, forse, ma buono per ammazzare il tempo.
Le statistiche ufficiali sul mercato librario italiano classificano come lettori forti coloro che leggono almeno 12 libri in un anno. Forse questa cifra farà sorridere i lettori a ripetizione – quelli capaci di ingurgitare 3-4 romanzi die pur di tenere il passo di uscita delle novità – eppure è così: un libro al mese basta e avanza per entrare nel gotha della società lettoria nazionale.
Non v'è chi non veda (suppongo) che, a causa dell'ineludibile propensione della mente umana alla logica binaria, la definizione di lettore forte genera automaticamente, per opposizione, quella di lettore debole. Dal punto di vista delle statistiche il lettore debole è colui che legge meno di dodici libri all'anno, ma qui, in questo luogo di liete divagazioni, possiamo permetterci di prescindere dalle crude cifre e modificare a piacimento le definizioni.
Dirò dunque lettore forte colui che può a buon diritto affermare d'aver letto tutti i libri importanti dell'epoca sua, e lettore debole colui che, per pigrizia o per impedimenti oggettivi, è ancora assai lontano dal traguardo della perfetta erudizione.
Qualche giorno fa è balzata agli onori della cronaca (si fa per dire) una triste notizia: la casa editrice Quiritta chiude i battenti. Come dici, o lettore aduso allo zapping internettico più inconcludente? Non te ne sei accorto? Be', stavolta non è tutta colpa tua. La notizia è stata riportata solo da un paio di blog, Nazione indiana e Lipperatura, e dai commenti ai relativi articoli mi pare di intuire che molti dei lettori letterati della blogosfera italiana manco sanno cosa sia o dove stia di casa, la casa editrice Quiritta. O, se lo sanno, poco importa loro che il suo fondatore Roberto Parpaglioni abbia deciso di chiuderla.
Donde procede cotanta ignoranza? da dove tanta indifferenza? L'ignoranza è quasi certamente legata al fatto che Quiritta non è presente in rete. Perfino tu, lettore errante e sbadato, avrai notato che il link a Quiritta all'inizio di questo articolo punta alla definizione del lemma quiritta sul dizionario De Mauro. Scelta obbligata proprio perché non esiste un sito Web della casa editrice Quiritta, ma anche scelta ragionata, perché Roberto Parpaglioni ha tratto il nome della sua creatura editoriale dal significato di questa rarissima parola italiana: proprio qui.
L'indifferenza è certamente figlia dell'ignoranza, ma forse c'è dell'altro: c'è che di una casa editrice dedicata interamente alla letteratura italiana, allo scopo dichiarato di “riconquistare il senso di una continuità linguistica e culturale” non gliene frega niente a nessuno.
Il saggio che ho appena riproposto qui è stato pubblicato nel numero di aprile-giugno 2005 della prestigiosa rivista Percorsi mercantili della letteratura italiana contemporanea, diretta dal chiarissimo professor Anastasio Baiocchi, docente di Ragioneria dell'Industria Editoriale Italiana alla University of Alabama. Poco dopo la pubblicazione ho ricevuto questa lettera, firmata da un oscuro ricercatore di un piccolo ateneo italiano, l'uno e l'altro ben al di sotto della dignità di menzione:
Egr. Prof. Letturalenta,
Ho letto con vivo interesse il suo articolo Analizzare i giudizi dei lettori per identificare il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato, pubblicato nel numero di aprile-giugno 2005 della prestigiosa rivista Percorsi mercantili della letteratura italiana contemporanea, diretta dal chiarissimo professor Anastasio Baiocchi, docente di Ragioneria dell'Industria Editoriale Italiana alla University of Alabama, alle pagg. 138-144.
Pur favorevolmente colpito dall'originalità del metodo da lei proposto, nonché dalla scrupolosa esposizione del medesimo, non posso fare a meno di notare che il profilo risultante dal suo studio è quello di un romanzo classificabile come tavanata galattica, letteratura da ombrellone, feccia paraletteraria, spazzatura narrativa, come solo può essere un testo narrativo del quale si possa simultanemente dire: scorrevole, semplice, piano, privo di termini oscuri o inventati, intrigante, colpi di scena, sorpresa, esotico, non comune, capace di incuriosire, sentimentale, appassionante!
Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.
Molto interessante ma non scorrevole.
Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.
Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.
4. Classificazione dei giudizi: un primo passo verso il profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato
Dopo aver estrapolato dai giudizi analizzati un numero sufficiente di caratteristiche, il passo successivo consiste nella loro classificazione, ovvero estrarre dall'analisi dei giudizi un numero congruo di categorie di valutazione. Non si tratta, si badi bene, di adattare i giudizi dei lettori a categorie narratologiche preesistenti, quali la trama, l'intreccio, il tempo, eccetera, ma di ricavare le categorie direttamente dall'analisi dei giudizi medesimi. Questo nuovo codice descrittivo dei romanzi potrà naturalmente coincidere in parte con altri codici elaborati dalla teoria letteraria, ma la sua aderenza a questi non è ritenuta necessaria.
Per procedere in questa direzione, cominciamo con il riepilogare il risultato della fase precedente dello studio che, come tutti ricorderanno, consisteva nell'estrazione di caratteristiche del testo dai giudizi del lettore:
Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.
Molto interessante ma non scorrevole.
Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.
Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.
3. Estrapolare dai giudizi dei lettori le caratteristiche del testo narrativo idoneo al mercato
La descrizione dello stile e del contenuto dei giudizi espressi dai lettori consente di individuare le caratteristiche del testo che hanno contribuito alla formulazione dei giudizi medesimi. La natura pionieristica di questo studio non consente di approfondire il procedimento come si dovrebbe. Ci accontenteremo pertanto di fornire alcune linee di sviluppo per future ricerche specialistiche.
3.1. I due momenti di formazione del giudizio
Confrontando il primo giudizio con gli altri, salta agli occhi che esistono due momenti distinti in cui si formano i giudizi del lettore:
Durante la lettura
A lettura ultimata
Mi sembra che prometta molto bene, mi incuriosisce, pare intrigante e scorrevole.
Molto interessante ma non scorrevole.
Divertente e sempre ricco di sorprese anche se spesso usa dei termini completamente inventati.
Linguaggio semplice ma intrigante, romanzo scorrevole, appassionante.
1. Introduzione
Come ha da essere il libro, e in particolare il tomo narrativo, per entrare nelle grazie del frettoloso lettore moderno? La domanda può sembrare peregrina, eppure t'assicuro che essa serpeggia fra le righe di tutte le recenti discussioni sulla letteratura. Perché, vedi, anche laddove il discorso sembra elevarsi al di sopra delle meschine e terragne quisquilie del viver quotidiano, le vili esigenze del mercato e della compravendita non sono mai del tutto assenti. Quante volte anche tu, lettore pigro e saltabeccante, leggendo or qua or là qualche mozzicone di rivista o qualche lacerto di lit blog, ti sarai imbattuto in cenni più o meno diretti alle tirature, alle vendite, al mercato dei libri.
L'analisi dei giudizi espressi dai lettori aiuta a capire i gusti del pubblico, e quindi a identificare il mix di caratteristiche dei testi narrativi con maggiore potenzialità di penetrazione del mercato. L'obbiettivo finale di questo settore di studi, di cui questo articolo fa parte, è la creazione di un profilo standard del testo narrativo idoneo al mercato, per aiutare gli editori a vagliare i manoscritti – e specialmente quelli degli autori esordienti – con criteri che garantiscano scientificamente la più alta redditività di un'eventuale pubblicazione.
Una delle questioni all'ordine del giorno della movimentata scena letteraria contemporanea è quella dei padri: esistono ancora o sono stati finalmente uccisi tutti? I poeti e i prosatori moderni riconoscono qualche loro maggiore o si considerano tutti figli di nessuno? Concetti come tradizione letteraria o canone hanno ancora qualche significato? E via questionando.
Il padre è figura notoriamente ambigua: amorevole, ma severo; giusto, ma quasi inaccessibile; autorevole, ma incline all'autoritarismo. Modello da imitare per prendere coscienza di sé, ma anche da abbattere per affermarsi pienamente. Quel che è certo è che il padre esiste solo quando un figlio lo riconosce come tale. E solitamente accade che il momento del riconoscimento coincide con quello del distacco e del simbolico parricidio: riconoscere il padre serve unicamente a disfarsene, salvo poi tesserne le lodi in un dignitoso epitaffio.